In ufficio: effetti positivi e negativi dell’influenza degli stati d’animo altrui sul nostro umore.

Arrivi in ufficio sereno, pronto a gestire gli impegni della giornata, affrontare excel e le telefonate, conscio che sarà stancante ma alla fine andrai via contento di aver portato a termine i tuoi compiti. È il tuo lavoro, in fondo ti pagano per questo.

Ma…se c’è il collega di scrivania che ha una scadenza imminente e continua ad agitarsi e a sbuffare e fare domande retoriche al nulla e ad alta voce e se ogni volta che lo guardi ti dice “niente, non ci fare caso”, è possibile che tu torni a casa come una pila elettrica.

Ora, anche se questo è pure il suo luogo di lavoro, se è il suo modo personale di affrontare i suoi doveri, tu non puoi restare incolume. Sei contagiato dalla sua negatività e dal suo nervosismo. Tutta colpa dell’empatia.

La spiegazione scientifica dell’empatia.

La spiegazione scientifica risiede nell’esistenza dei neuroni specchio, deputati a sintonizzarsi con gli altri ed entrare in empatia. È l’attivazione di questi simpatiche cellule celebrali a farci riconoscere le emozioni altrui, in modo automatico. Ne siamo dotati tutti, c’è poi chi riesce ad isolarsi e chi si fa trasportare fino ad aiutare il prossimo o a ridere insieme a lui.

L’empatia è un concetto che in psicologia viene introdotto da Lipps nei primi del 900. Viene definita come la conseguenza dell’osservazione dei movimenti degli altri che suscita in noi lo stesso stato d’animo che è alla base del movimento osservato. Questo stato d’animo però, non viene percepito come una propria esperienza, ma viene proiettato sull’altro e legato al suo movimento. Si tratta di empatia come partecipazione o imitazione interiore.

Secondo la teoria dei neuroni specchio, l’empatia nasce da un processo di simulazione incarnata che precede l’elaborazione cognitiva. Al di la dei tecnicismi:

“Percepire un’azione – e comprenderne il significato – equivale a simularla internamente.” (Gallese, 2006)

Facciamo quindi esperienza diretta delle emozioni altrui. Se vediamo un volto triste, riconosciamo la tristezza e la proviamo a nostra volta, pur riconoscendo che sia dell’altro. Questo spiega il volerci allontanare alla vista di clochard o mendicanti che hanno spesso delle espressioni che generano malessere interiore.

Per essere più precisi, Hoffman ci spiega che l’empatia ha tre componenti: affettiva, cognitiva e motivazionale. La componente motivazionale è quella che ci spinge ad agire, ad aiutare chi sta soffrendo. Soccorrere l’altro ci fa sentire bene, è un’esperienza di benessere. Si dice infatti che l’altruismo sia una forma di egoismo. Diciamo che è una buona ricompensa per chi fa del bene.

Il non intervenire, non prestare il proprio aiuto davanti ad una situazione percepita come dolorosa per l’altro, può farci provare sensi di colpa.

Il nostro organismo è predisposto a cogliere segnali anche sottili in chi è intorno a noi, sia verbali che visivi e addirittura olfattivi. Il nostro olfatto percepisce l’odore di sudore altrui e comprende se questo sia o meno originato dalla tensione, da stress e di quale intensità.

Questo processo è funzionale al percepire potenziali minacce ambientali. Le emozioni di tipo negativo come paura, disgusto e rabbia, sono più facili da riconoscere perché strettamente legate alla sopravvivenza dei nostri avi. Ecco perché l’ansia del collega, ci contagia in modo così invasivo.

Contagio emotivo digitale, new entry:

Ultimamente si sta studiando anche il contagio emotivo in una dimensione del tutto nuova, quella del mondo digitale. Dove è assente la comunicazione non verbale ma in modalità diverse è possibile diffondere virus emotivi, far circolare stati d’animo. Ne avete probabilmente già fatto esperienza, vi arriva un email con un tono seccato e vi trovate a chiedervi se quel tono sia rivolto a voi o meno. Ma intanto vi da altrettanto fastidio di chi urta la vostra sedia passando e non chiede scusa.

Di esempi ne potremmo fare a milioni ma è giunto il momento di chiedersi che cosa possiamo fare.

Possiamo imparare a proteggerci dalla negatività? Decisamente si.

La consapevolezza, è la chiave. Diventare coscienti dei meccanismi di contagio può ridurne l’impatto. Abbiamo più metodologie, il metodo più efficacie però è molto sottile e vi chiediamo un’attenzione crescente a seconda di cosa aspirate. Intanto iniziate a calrvi nella situazione, siete sulla vostra sedia, sulla scrivania il vostro pc, penne, post-it….

Il collega sta sbuffando, lamentando, sbracciando, cercando consensi e si sente al centro della scena aziendale?

Tattica base: fingersi invisibili. Si/ci stancherà.

Cuffie e musica e visuale murata. Potete addirittura cercare una sala riunioni in disuso ed occuparla. È necessario mantenere confini, sapersi connettere agli altri senza farsi invadere. E prendere le distanze con la negatività. Concedersi pause felici, capire quando è il momento di prendersi cura di sé. E renderci conto che stanchezza, debolezza, ansie personali ci rendono più vulnerabili alla cattura delle emozioni negative circolanti.

Tattica minimo sforzo massima stima: cerco il tuo sguardo e ti sorrido.

Un sorriso ad esempio può avere il potere di mandare offline uno scambio negativo. Anche gli stati d’animo positivi sono contagiosi, possiamo provarci. Possiamo infondere commenti costruttivi, fare complimenti sul lavoro o sul maglione indossato ed insinuare un pensiero positivo…che può avere effetto calmante.

Tattica appena evoluta: mi dispiace ma mollami.

Siamo adulti e abbiamo capito che parlarne può aiutare (non tutti) quantomeno a sfogarsi in prima persona. Quindi forza e coraggio e diciamo: “Quando ti comporti in questo modo, sono veramente dispiaciuto di non poterti aiutare. Mi sento molto frustato. Torno a casa più stanco e scontento del mio lavoro, perché non ho potuto fare di più. Quindi se posso fare qualcosa di concreto dimmi (oppure eclissati)”.

Tattica avantissimo: specchio riflesso.

Arrivare in ufficio e verso le 9:45 iniziare una recita del collega stressato e contagioso. Deve essere una escalation lenta, in modo che in pausa caffè possiate lamentarvi un pochino, man mano in mattinata sempre di più e alle 12:30 attendete le osservazioni di tutti. Magari qualcuno aspetterà dopo pranzo, ma alla fine sarà palese il vostro malumore e il fatto che sia stato percepito, tanto che qualcuno vi chiederà perché. Addirittura, chi in genere si lamenta, ora sarà allegro e ben disposto a farvi vedere il lato buono delle cose. Così facendo, gli mostrerete come è fastidioso essere giù di morale per chi ci sta intorno.

Dovete ripetere la recita ogni tanto per far arrivare il messaggio dove non arriva e per non far cadere tutto nel dimenticatoio.

È impegnativo, lo sappiamo, ma l’empatia che ci fa comprendere il disagio è una doppia arma. Siate padroni dell’essere umani consapevoli. Non so se ci avete mai fatto caso, ma se vostra mamma è contenta, voi fate quelli seccati. Se il vostro compagno è ammalato, voi siete risolutivi e vi mostrate energici. Se il compagno di running è stanco, quel giorno noi saremo sprint. Ci sono ruoli che non vanno lasciati scoperti, non subito, ma possono man mano lasciare spazio al migliorarsi reciprocamente.

Ci sono tattiche che valgono per alcuni e non per altri ma c’è una verità universale:

Introdurre un cambiamento nella nostra reazione può essere sufficiente a spiazzare l’altro. Introdurre un cambiamento può essere motore di altri cambiamenti in noi e negli altri. Se c’è una situazione che sentiamo come statica, ripetitiva, stanca e senza più spinta ma automatica. La risposta è introdurre un piccolo cambiamento e aspettare che cosa la risposta empatica che metterà in circolo, il suo feedback circolare ci farà di certo riflettere.

 

Buon lavoro empatico!

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