Le storie che ci raccontiamo, ci fanno bene?

Questo breve articolo è un’occasione per riflettere su quelle cose che ci piacerebbe fare ma non osiamo perché viviamo nel ricordo: nel ricordo di quella volta che è andata male, nel ricordo di noi fatti in un certo modo.

 

“C’è qualcosa che mi blocca.”

È la paura che le cose vadano male. Quando questa paura trova degli esempi nel passato a cui aggrapparsi, non si può fare a meno di assecondarla. Se ci abbiamo già provato e non ha funzionato, perché riprovarci?

Eppure se desideriamo fare una cosa, questa spinta vitale va approfondita. Che viviamo a fare altrimenti? Come facciamo a fare progetti, nuove esperienze, se non usciamo dalla nostra zona di confort, se non inseguiamo qualche desiderio?

 

Qualche esempio per capire che stiamo proprio parlando di un caso simile al tuo:

Un classicone N.1: Vorrei fare una vacanza zaino in spalla, ma nessuno dei miei amici vuole. Quindi niente vacanza come vorrei. Fine. 

Perché non andarci da soli, perché non farsi nuovi amici in vacanza, perché non partire con un gruppo di sconosciuti?

Possibile ricordo che affiora: Perché quella volta in gita in terza media, mi sono sentito solo lontano da casa.

Buone notizie: non hai più 13 anni, non sarai circondato da tredicenni, puoi apprezzare tante cose intorno a te oltre che la compagnia delle persone.

 

Classicone N.2: La mia ultima storia sentimentale, che dico le mie ultime storie sentimentali, sono state più brutte che belle. Quasi quasi sto da solo.

Buone notizie: cambiamo di continuo pur restando gli stessi. Eri arrivato a pensare di stare da solo prima? È un pensiero nuovo. Raccogli un po’ di pensieri nuovi e veri e raccontali ad una persona che ti incuriosisce o con la quale stai bene. Chissà che non nasca qualcosa di buono.

 

Ci sono delle storie che ci raccontiamo, senza sapere davvero come potrebbero andare le cose. Queste storie che ci raccontiamo, con inizio, epilogo e finale sempre gli stessi, ci precludono di vivere nuove avventure e nuovi lati di noi.

Ti raccontiamo una storia anche noi:

“C’era una volta un bimbo che adorava il circo, in particolar modo l’elefante. Durante lo spettacolo l’elefante faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’animale era sempre legato. Era bloccato ad un paletto, minuscolo, e anche se la catena era grossa, era ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. Il bimbo pensava cosa poteva tenere legato quell’animale.

Chiese a più persone; voleva risolvere il mistero, ma non trovò soluzione. Con il passare del tempo dimenticò il mistero dell’elefante e del paletto. Da grande, però, ritrovandosi nella stessa situazione e trovandosi a parlare con un anziano saggio, capì che l’elefante del circo non scappava perché era stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. Nonostante gli sforzi iniziali, non riusciva a liberarsi, era troppo saldo per lui, così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché crede di non poterlo fare: sulla sua pelle è impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata e per questo non ha mai più ritentato… non ha mai più messo alla prova di nuovo la sua forza…mai più!
A volte viviamo anche noi come l’elefante, pensando di non poter fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, un po’ di tempo fa avevamo provato ed avevamo fallito, e da allora sulla pelle abbiamo inciso “non posso, non posso e non potrò mai”.

Quando ci raccontiamo delle storie, scegliamo quella giusta.

Scriviamo la nostra sulla base della nostra esperienza futura, perché il passato parla di noi ieri, non oggi, non domani.

Buona continuazione!

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